Float Up Stream

Primo demo di Nicola

recensione a cura di Maurizio Grasso - 11 Dicembre 2000

Scrittore. Ha tradotto libri di poeti francesi per la Newton Compton e per la Mondadori


Questo CD sorprende già dalla copertina. Non il solito gruppo rock più o meno di tendenza, più o meno di provincia, più o meno di passaggio, ma un vero One Man Disc, di oldfieldiana memoria.

 

Un’opera musicale autarchica costituisce già di per sé una curiosità, che l’ascolto può soddisfare o più spesso (ahimè!) deludere. Ma in questo caso bisogna dire che il disco non solo soddisfa la curiosità iniziale, ma ne crea molte altre. Intanto, la singolare maturazione artistica di un giovanissimo talento musicale che sembra avere alle spalle più anni di ascolto che primavere anagrafiche. Ogni brano, oltre che essere una prova dell’elevato esito già raggiunto, considerando che stiamo parlando di un’Opera prima, è in qualche modo un omaggio a un episodio della storia della musica giovanile: con ciò voglio etichettare quel fenomeno che, dal rock al beat al pop ecc., è stato eminentemente generazionale, fatto senza precedenti nella storia della creatività umana. Così, se il primo brano, Float Up Stream, sembra incanalare il percorso musicale del CD verso un nuovo, reiterato tributo al totem di un rock puro e duro delle origini, non ancora contaminato da complicazioni postume (acid, metal, disco ecc.), già il secondo brano ci smentisce e propone una dolce e raffinata ballata di sapore quasi mccartneyniano.

Nomino Paul McCartney non a caso. E’ singolare ritrovare in un giovane nato più o meno quando John Lennon moriva tante impronte di quella musica che è stata così determinante per la crescita non solo del fenomeno pop rock ma di tutta l’umanità del XX secolo. Tanto per citare qualcosa, ritrovo la vocazione melodica peculiare di Paul, ritrovo i ghiribizzi a ciel sereno, le improvvise stranezze di John, con cui Nicola ha in comune l’amore per gli accostamenti armonici inconsueti (soprattutto accordi minori, diminuiti, ecc.). Ma è inutile fare la saga delle immagini e dei tecnicismi, è un discorso generale di atmosfera, che si può captare o meno nell’ascolto e che non ha senso raccontare.

 

Non è tanto un discorso stilistico quanto, per così dire, di metodo, di sviluppo del materiale creativo. Infatti, tra le cose che i Beatles ci hanno insegnato, spicca sicuramente la capacità di cercarsi, di essere originali, ciò che sicuramente non si può negare a Nicola Barghi che ha ben appreso la lezione. In questo disco non ci sono ripetizioni; non c’è l’ossessiva liturgia egonica di chi sa fare una sola cosa e la ripropone per tutta la vita; c’è tanta voglia e già molta perizia di fare uso di molti utensili: gli strumenti non si chiamano così per caso, e il musicista (Bach lo ha insegnato a tutti) è in primo luogo un sapiente artigiano che sa mescolare i suoni (come il pittore i colori), che conosce i talenti di ogni oggetto capace di produrne, sia fatto di caldo legno, di neutra plastica o di freddi microchip.

 

Nicola Barghi ci fa dunque viaggiare nell’universo della storia musicale di questi ultimi 30 anni, ma restando se stesso. Nicola Barghi ci dispiega con rispetto e con eleganza le qualità dei suoi utensili, gli strumenti che la copertina non cita risparmiando all’ascoltatore una vuota ostentazione di virtuosismo, e che si devono gustare nell’ascolto, magari non riconoscendoli neppure. Il suono, proprio per questo forte rispetto della natura prima del suono, è molto materico, e ne raccomanderei l’ascolto con una cuffia. Float Up Stream non cade mai nel banale, nell’autocelebrazione, nelle lungaggini che servono da alibi ai vuoti mentali e vorrebbero invece sembrare testimonianze di originale coraggio.

 

Preferisco non citare un brano in particolare perché non c’è una vetta ma una sostanziale omogeneità di esiti e di qualità, decisamente elevata. L’ascoltatore si gusti dunque questi “quadri di un’esposizione strumentale” (voce umana compresa) seduto comodamente su una poltrona, lasciando che il fluire delle note scateni le tante associazioni e i tanti ritorni di memoria che sicuramente questa musica è in grado di suscitare, pescando nella nostra cultura, nel nostro passato, nel nostro essere e nel nostro esistere. Per finire, dopo tanti complimenti all’autore, un apprezzamento alla soprano Gaia Matteini per il suo minuto, prezioso medaglione in Weeping On A Willow.

 

Auguro a Nicola Barghi un lungo futuro da musicista, perché di musicisti (e in generale di persone che ci fanno pensare o fantasticare) il nostro povero e meschino mondo ne ha bisogno come il pane - e a me, a chi mi legge auguro di poter ascoltare presto un’Opera Seconda.

Di Nicola Barghi, si intende.

 

Maurizio Grasso